Roças di São Tomé e Principe: un tesoro [quasi] scomparso

Roças di São Tomé e Principe: un tesoro [quasi] scomparso

progetto di Filippo Poli e Isabella Gama, fotografie di Filippo Poli (2016)

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Organizzazione dei lavoratori en la Roça Agua Izé

Scoprire São Tomé e Principe è come partire per l’isola che non c’è, talmente piccola da non apparire sulle mappe, difficilmente la si nota nel Golfo di Guinea, eppure tutti, prima o poi, ne abbiamo assaggiato un pezzetto.

Questa terra tropicale, composta da due isole adagiate sull’equatore a 300 km dalla costa africana, arrivò ad essere, a metà del XIX secolo, il più grande produttore mondiale di cacao, una pianta importata dal Brasile che trovò qui un habitat perfetto e mano d’opera a volontà importata a basso costo da Capo Verde e dal vicino continente africano.

Ancora oggi non è chiaro se l’arcipelago, prima dell’arrivo dei colonizzatori, fosse vergine o abitato da una popolazione locale di origine angolana; certo è che, dal XV secolo, l’economia dell’isola si basò principalmente sulla produzione della canna da zucchero e sulla tratta degli schiavi. Durante secoli l’isola funzionò come hub di smistamento dei deportati africani che le navi delle potenze europee imbarcavano per poi venderli nelle loro colonie americane.

È però solo nel XIX secolo che São Tomé e Principe diventa una ricca colonia quando i portoghesi vi fondarono grandi aziende agricole per coltivare il caffè e il cacao fino a quando, dopo l’abolizione della schiavitù nel 1869, iniziò il lento declino provocato dalle ribellioni dei lavoratori e dal boicotto internazionale contro il “cacao schiavo” della colonia portoghese. Il sistema di produzione resse, fra alti e bassi, fino al 1975; le ultime aziende chiusero i battenti nel 1990, da allora l’oblio è calato su questa terra.

E’ rimasto però un sorprendente patrimonio architettonico, le cosiddette “roças”, termine portoghese che indica il complesso sistema latifondista di sfruttamento del territorio che cambiò il corso della storia di questo piccolo paese ambito durante secoli dagli imperi colonialisti.

Queste grandi macchine di coltivazione intensiva includevano vari edifici di servizio, essiccatoi, magazzini, le “senzalas” – le case dove alloggiavano i lavoratori – , una chiesa, la scuola e a volte una ferrovia che collegava le succursali alla roça madre e al mare. Alle due estremità di un asse monumentale o in una posizione sopraelevata e di controllo si trovavano la casa principale, dove viveva il padrone, e l’ospedale organizzato su più livelli.

Queste architetture, di stile portoghese ed europeo, erano il simbolo del potere, zone off limits per i lavoratori delle piantagioni che dovevano sottostare ad un’organizzazione ferrea dei turni di lavoro, alla sottomissione al patrão – padrone – e alla limitazione delle libertà personali, tra cui quella di abbandonare l’azienda agricola e tornare nella propria patria.

Roça Boa Entrada

Essiccatoi di cacao

Gruppo di lavoratori nella Roça Vista Alegre

Esistevano frontiere fisiche invalicabili, come l’accesso alla casa principale o ai piani alti degli ospedali, meglio attrezzati e dedicati esclusivamente agli europei, ma sono soprattutto i confini psicologici, inculcati durante secoli di dominazione, che ancora oggi sembrano ritornare come fantasmi nella società sotto forma di incapacità di autodeterminazione ed autorganizzazione.

I saotomensi tutt’ora associano alle roças sentimenti discordanti, un mix di nostalgia e di odio per un passato in cui c’era lavoro per tutti ma in cui non c’erano diritti.

L’architettura è l’ultimo simbolo di questo mondo ed è parte integrante dell’identità di questa popolazione, le storie raccontate dagli abitanti di queste comunità trapelano orgoglio per la bellezza di questi manufatti, ma anche un senso di impotenza e di estraneità per delle case che non hanno mai potuto abitare. Un senso di inferiorità latente e la mancanza di mezzi hanno impedito, anche dopo le espropriazioni degli anni ‘80, che sentissero il diritto di abitarvi, permettendone così il saccheggio e l’abbandono.

Il confine imposto tra il mondo del padrone e quello dei lavoratori sembra non essere scomparso, anche dopo l’indipendenza del 1975; la dicotomia patrão / roças e schiavi / senzalas si è trasformata ed ha generato una nuova frontiera ben descritta dall’espressione dispregiativa “gente da roça” utilizzata per indicare le persone che vivono nelle piantagioni che continuano ad essere ghettizzate e relegate nello strato sociale più basso della società.

Il racconto fotografico di circa trenta roças cerca di ricostruire la memoria di questi luoghi documentando la realtà ai giorni nostri e portando alla luce questo patrimonio architettonico che è sul punto di scomparire per sempre.

Il progetto si sviluppa attorno a due temi principali: il primo sono le strutture principali delle roças, fotografate con riprese a lunga esposizione per restituirne l’idea di intoccabilità e rimarcare il netto confine, ancor oggi sensibile, tra la maestosità di queste architetture e il loro contesto; il secondo è un ritratto della vita quotidiana di queste comunità che nonostante le difficoltà continuano ad essere parte attiva della storia questi luoghi.

 

Roça Agua Izé – foto vincitrice nell Premio Enaire esposta a PhotoEspaña 2017

sao tome principe roças filippo poli

Roça São Nicolau

sao tome principe roças filippo poli

Roça Boa Entrada

sao tome principe roças filippo poli

Roça Java


Premi e mostre per la serie ” Roças di São Tomé e Principe: un tesoro [quasi] scomparso” nel 2017:

  • Primo premio nell Premio Enaire. La foto “Agua Izé” fa parte della collezione Enaire
  • Esposizione a PhotoEspaña, Instituto Cervantes, Madrid
  • Esposizione alla Fundación Vila Casas, Torroella de Montgrí
  • Menzione nel Premio Architekturbild, Germania
  • Esposizione al DAM – Deutsches Architekturmuseum, Francoforte
  • Menzione d’onore nel International Photography Awards
  • Nominato nel Fine Art Photo Award

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